La nostra storia
APPARTENERE ALLA MINORANZA SLOVENA
Dal punto di vista geografico, l’area abitata dagli slavi alpini, un tempo più estesa verso ovest, è attualmente ristretta lungo la fascia montuosa e collinare del confine nord-orientale tra Italia e Slovenia.
La colonizzazione degli attuali territori slovenofoni in Italia avvenne tra la fine del VI e gli inizi del VII secolo, epoca in cui una parte delle popolazioni slave si allontanò dalla zona di insediamento originaria (approssimativamente la zona carpatica) dirigendosi verso sud-ovest tra le Alpi ed i Balcani.
Parte di quest’area (Alta Valle del Torre e Valli del Natisone), fin dal XV secolo appartenente alla provincia di Udine, è anche nota come Benècija o Slavia Veneta, per l’antica dipendenza dalla Repubblica di Venezia.
Il territorio di Montemaggiore (slo. Brezje) si trova in questo raggio e con i territori limitrofi ha sempre condiviso la storia del Friuli: alla caduta della Serenissima, dopo le guerre napoleoniche e mezzo secolo di dominazione austriaca, divenne parte del territorio italiano.
Per la precisione, fino al 1866, il friulano era l’unica lingua in contatto con i dialetti sloveni in Friuli. Dopo l’unione all’Italia, l’influenza dell’italiano, insieme al friulano, divenne vistosa nei settori del lessico politico-amministrativo e tecnico.
Questa diversità si è riflessa anche sul diverso status delle minoranze slovene. Quelle del Friuli dimostrano un senso di appartenenza all’area culturale slovena meno sviluppato rispetto a quelle di Gorizia e Trieste, infatti, solo di recente sono state riconosciute come minoranze linguistiche.
Dal punto di vista linguistico, le comunità slovenofone sono suddivise in vari gruppi dialettali da nord verso sud: lo zegliano (zilijsko), propaggine italiana (acquisita dopo il primo conflitto mondiale) del dialetto della valle carinziana di Zeglia, ancora diffuso in alcuni centri della Val Canale (Kanalska Dolina), a contatto con dialetti tedeschi e i friulani; il resiano (rezijansko), in uso nei paesi della Val di Resia, che, esibendo tratti conservativi, rappresenta un caso a sé tra i dialetti sloveni del Friuli; il tersko, ovverosia i dialetti del Torre, sulle Prealpi, con diramazioni verso l’area pianeggiante; il nadiško, ossia i dialetti della Val Natisone (e delle valli contermini), tipologia più vitale ed estesa. A questi si affiancano le varietà della provincia di Gorizia (briško cioè del Collio o collinare) e di Trieste (kraško, parlato prevalentemente nei paesi del Carso).
Va sottolineato che gli slavofoni della fascia prealpina orientale del Friuli hanno saputo preservare fino ai nostri giorni la loro antica parlata avvantaggiati dal relativo isolamento in cui si sono trovati i loro insediamenti, situati in aree scarsamente popolate, e dal tenace radicamento alle origini etnico-linguistiche.
Le principali caratteristiche comuni dei dialetti sloveni del Friuli, e le peculiarità linguistiche che li distinguono dallo sloveno standard, sono il risultato di contaminazioni dalla lingua romanza (italiano e friulano).
I dialetti della Val Resia e delle Valli del Torre pongono dinanzi ad una situazione di sostanziale diglossia (compresenza di due lingue differenziate funzionalmente, una è utilizzata solo in ambito formale – italiano – e l'altra solo in ambito informale); nelle Valli del Natisone, invece, si può parlare di bilinguismo, come nelle provincie di Gorizia e Trieste.
In una situazione decisamente più critica rispetto al resiano si presenta il dialetto delle Valli del Torre. Anche qui si tenta di salvaguardare il dialetto tramite l’insegnamento, ma in misura ridotta rispetto a quanto avviene in Val Resia. Tale situazione critica, tradotta nei parametri Unesco, potrebbe corrispondere ad un indice di rischio 2 (seriamente in pericolo), che contrassegna lingue usate quasi esclusivamente dalle generazioni più anziane.
Dal punto di vista giuridico, sul piano del riconoscimento e della tutela, gli sloveni della Provincia di Udine sono stati lasciati un po’ nell’ombra fino all’entrata in vigore della legge 38/2001. Quest’ultima, introducendo «Norme per la tutela della minoranza linguistica slovena della Regione Friuli-Venezia Giulia», ha promosso una significativa politica linguistico-culturale di sviluppo degli idiomi locali; alla normativa statale si sono poi affiancati provvedimenti regionali.
Diverso è stato il trattamento riservato alle altre comunità slovene della regione, che godono della tutela da parte dello Stato, in particolare nel settore scolastico, prevista alla fine del secondo conflitto mondiale dal Memorandum di Londra del 1948 e poi dal Trattato di Osimo del 1975.
Gli abitanti delle aree slovenofone non sono concordi nella scelta degli strumenti e del modello linguistico da proteggere e promuovere, che alcuni vorrebbero appiattire sullo sloveno letterario, ritenuto in grado di salvaguardare anche l’identità linguistica delle valli della provincia di Udine. A tale opzione si oppone tuttavia una parte consistente della popolazione, che vi ravvisa un tentativo di imporre una lingua che non percepisce come sua (lo sloveno letterario), a svantaggio delle parlate locali, che sono considerate invece il patrimonio da tutelare. La ragione di tale atteggiamento dipende anche dalla consapevolezza che esiste un forte legame partecipativo con le vicende storiche e culturali del Friuli (e indirettamente, dell’Italia) mentre i rapporti con gli Sloveni dell’opposto versante alpino, seppur mai interrotti, non sono stati mai così stringenti. Inoltre, ribadire le relazioni di parentela linguistica con i vicini della ex Repubblica Jugoslava assumeva in alcune comunità, fino a qualche anno fa, il valore di accettazione di un simbolo politico sgradito a molti.
Ulteriori informazioni:
https://www.consiglio.regione.fvg.it/cms/export/sites/consiglio/pagine/4/pubblicazioni/Pubblicazioni-allegati/Minoranza-slovena.pdf